Fulvio Julita

Mi occupo di narrazione d’impresa applicata a strategie di marketing digitale. Prendo per mano professionisti e imprese, attraverso il web e i social media li aiuto a comunicare meglio, valorizzare la loro identità e vendere. Uso parole e immagini per raccontare di imprese, prodotti e persone.

Politica, social media e fake news: perché dovremmo preoccuparci?

Ho chiesto a Luca Lovisolo, amico e ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali, di aiutarci a capire il fenomeno delle fake news, quale ruolo svolgano i social media nella loro diffusione e quanto pesino sugli equilibri politici delle nazioni. Il suo è un punto di vista autorevole, quello di chi ha il polso delle vicende che legano le nazioni e di chi utilizza consapevolmente internet per dare voce al proprio lavoro. Ecco cosa ci ha raccontato.

Luca, cosa sono le fake news?

Sono notizie false, anzi: falsificate, la sfumatura è importante. Le notizie sbagliate possono capitare, fa parte del gioco, entro certi limiti. Le fake news, invece, sono notizie costruite apposta per diffondere informazioni errate e orientare l’opinione pubblica verso obiettivi specifici.

Come funzionano le fake news?

Citerò un fatto che non è proprio una fake news, ma ne illustra molto bene il meccanismo. Tempo fa, una musicista ha diffuso sui social le foto del suo prezioso strumento musicale distrutto durante il carico dei bagagli, in un viaggio aereo. Il suo post ha raccolto subito un’enormità di condivisioni in tutto il mondo: una compagnia aerea «cattiva» distrugge un bene prezioso di una «povera» artista, che ora non potrà più guadagnarsi da vivere! Si è scoperto poi che la musicista aveva deciso lei stessa di registrare lo strumento come bagaglio, anziché portarlo con sé in cabina, firmando anche una dichiarazione in cui affermava di essere consapevole del rischio. Questo è più un caso di cattivo uso di Internet, che una fake news, ma spiega benissimo come funzionano le notizie falsificate. Si prende un fatto realmente accaduto (il bagaglio danneggiato) che contenga una certa dose di emotività, l’indignazione per un prezioso strumento distrutto. Lo si racconta rivolgendolo contro un «potente cattivo» (la compagnia aerea) a danno del «popolo indifeso» (la musicista) e lo si racconta in modo incompleto, riportando solo gli elementi funzionali a generare un sentimento predeterminato, negativo o positivo, verso una persona, un’azienda o un gruppo sociale. Prendi qualunque fake news: ci troverai sempre, magari in forme e miscele diverse, questo schema narrativo.

Perché il fenomeno si è diffuso così tanto?

È vero che le notizie falsificate, a fini commerciali o politici, sono sempre esistite. Non è corretto, però, fare confronti con il passato. Giornali, radio e televisione non hanno la stessa dinamica dei social network. Attraverso Internet, chiunque può contribuire a diffondere notizie che colpiscono, anche in buona fede. Una volta, al massimo le si condivideva in famiglia o al bar. Oggi possiamo comunicare qualunque notizia a migliaia di altre persone, senza avere gli strumenti per comprendere se è vera. Così facendo, però, rischiamo di diffondere notizie falsificate, che influenzano in modo durevole l’opinione pubblica. Il caso della campagna contro i vaccini è l’esempio più noto e, purtroppo, più tragico. Pensa al numero di persone ammalatesi di patologie che credevamo definitivamente scomparse… causato dalla diffusione di notizie falsificate sulle controindicazioni dei vaccini. Anche in questo caso la campagna è partita da un dato vero: i vaccini hanno effettivamente delle controindicazioni, ma limitate a casi ben specifici e controllabili. Se tu comunichi che i vaccini hanno effetti collaterali, ma non spieghi il resto e presenti il tutto come un complotto contro la popolazione voluto delle case farmaceutiche, la frittata è fatta.

In questi giorni si parla di Facebook e del caso Cambridge Analytica. Cosa ne pensi?

Per chi, come me, si occupa di relazioni internazionali, ciò che sta emergendo da queste indagini rivela cose che già si sapevano. Si faticava a comunicarle, perché nessuno ci credeva. Le fake news non sono solo post o «meme» che arrivano sulle nostre bacheche. Dietro c’è un sistema che parte dalla raccolta e analisi scientifica dei nostri comportamenti in Rete e costruisce delle strategie per influenzare su larga scala le nostre scelte, inviandoci notizie e messaggi mirati. Queste tecniche sono state utilizzate durante campagne elettorali che hanno deciso la vittoria o la sconfitta di presidenti, partiti politici o referendum. Non c’è più bisogno di «truccare» le votazioni: si possono «programmare» gli elettori per farli votare ciò che si vuole. Cambridge Analytica non è la sola, è la punta di un iceberg. Il ruolo di società simili russe o indiane, ad esempio, è noto.

Dobbiamo preoccuparci?

Dobbiamo essere prudenti. Questi messaggi non condizionano più solo il nostro comportamento come acquirenti, che è già un fatto grave. L’uso delle fake news può minare le basi della nostra convivenza civile. Con una diffusione strategica di fake news, neppure troppo complicata e costosa da realizzare, si può distruggere in poco tempo la fiducia nelle istituzioni di uno Stato e far piombare una popolazione nella confusione più totale. L’anno scorso, alla Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza, ho assistito a una simulazione di queste strategie. Possono indebolire rapidamente la tenuta sociale di un intero Paese.

Come possiamo difenderci?

Questa è una domanda per la quale non c’è una risposta semplice. La difesa è possibile su tre fronti: noi stessi, i social network e lo Stato. Noi dobbiamo stare più attenti a cosa leggiamo e condividiamo. È difficile, perché le fake news sono confezionate da esperti. Spesso traggono in inganno anche persone preparate, sono apparentemente logiche e partono da fatti veri o verosimili. Il loro scopo è proprio rendere difficile o impossibile riconoscere il vero dal falso. I social network, da parte loro, hanno promesso molto ma fatto poco, contro questo fenomeno. Ci sono ancora troppi profili finti che fanno da ripetitori di notizie falsificate, troppi gruppi che servono da casse di risonanza, troppa opacità sui committenti delle inserzioni a pagamento. Facebook, Twitter e gli altri giganti della Rete devono fare di più. Le mezze risposte date dai loro amministratori, in questi giorni, non sono un buon segnale, ma speriamo che si sveglino, spinti dai cali in borsa. Per lo Stato, infine, la sicurezza della Rete è ormai un elemento strategico di difesa, un fatto militare. A fianco delle armate tradizionali per la difesa di terra, mare e aria, molti Paesi, come la Germania, stanno creando una quarta armata per la tutela del cyberspazio, formata da esperti militari di informatica. Una Rete sicura non è più solo una questione tecnica o commerciale, è un tassello della sicurezza nazionale. Questi tre piani, ossia il nostro comportamento individuale, le grandi società Internet e lo Stato, devono interagire costantemente.

Anche tu utilizzi quotidianamente Facebook e le altre piattaforme social, per il tuo lavoro. Pensi che cambierai qualcosa al tuo modo di usarle?

Penso che le grandi società che gestiscono le piattaforme devano dare al più presto risposte esaurienti su ciò che sta venendo fuori in queste settimane. I social sono strumenti straordinari di comunicazione e, per usare un modo di dire inglese, «sono qui per restare.» Seguiamo attentamente ciò che accade, senza farci travolgere dalle paure. Sviluppiamo le nostre difese: non affidiamo a Internet informazioni personali non necessarie, non diamo con leggerezza il consenso al trattamento dei nostri dati in Rete, quando usiamo un’applicazione anche banale. Diffidiamo di account anonimi o dubbi, segnaliamo i profili falsi che incontriamo, stiamo attenti alle notizie che leggiamo e condividiamo sulle nostre bacheche. Rendiamoci consapevoli che condividere informazioni false ha conseguenze anche sulla nostra credibilità, non solo su quella di chi le scrive. Così facendo, difenderemo anche il patrimonio di reputazione che ciascuno di noi ha costruito in Rete per sé e per la propria professione. Il resto dovranno farlo le grandi società della Rete e lo Stato. Starà anche a noi sollecitarli: devono capire che la nostra fiducia di utenti, verso le piattaforme di interazione sociale, e anche quella come cittadini, verso le istituzioni pubbliche, dipenderà sempre più da come saranno in grado di tutelare i nostri dati e di garantire la nostra sicurezza in Internet, come sulle strade di qualunque città.

 

Per chi fosse interessato, c’è un sito web attraverso cui Luca Lovisolo offre spunti di riflessione interessanti sulle vicende internazionali: LucaLovisolo.ch. Di lui ho anche parlato tra le pagine del libro “Raccontare le imprese” come esempio di buona comunicazione a cui ispirarsi.