Personal storytelling e un lavoro da dipendente: pro e contro
Fulvio Julita

Fulvio Julita

Mi occupo di narrazione d’impresa applicata a strategie di marketing digitale. Prendo per mano professionisti e imprese, attraverso il web e i social media li aiuto a comunicare meglio, valorizzare la loro identità e vendere. Uso parole e immagini per raccontare di imprese, prodotti e persone.

Personal storytelling e un lavoro da dipendente

Questo articolo nasce da una conversazione con Mauro Lenzi, allievo del mio videocorso sui metodi dello storytelling. Spiegandomi della sua posizione lavorativa e di cosa lo avesse avvicinato al percorso formativo, mi chiese se i princìpi illustrati nelle lezioni avessero utilità anche per persone come lui che hanno un lavoro con contratto a tempo indeterminato. Le competenze in marketing – mi spiegò – non sono un requisito richiesto dal ruolo che occupa in azienda.
La domanda è legittima e mi ha stimolato alcune considerazioni che voglio condividere.

 

Personal branding, storytelling e lavoro da dipendente

Quando una strategia di personal branding basata sui metodi dello storytelling può essere utile se hai un lavoro da dipendente?

 

In almeno tre casi:

  • quando ti occupi di vendite
  • quando ambisci ad una posizione migliore nell’azienda in cui lavori
  • quando desideri un posto di lavoro altrove

 


Un breve inciso per il lettori meno esperti. Uso il termine personal storytelling per definire l’insieme di due concetti di marketing:

– Il personal branding è l’insieme di azioni finalizzate ad affermare un’idea di sé stessi nella mente delle persone che appartengono al proprio mercato di riferimento, esattamente come si farebbe per un marchio o un prodotto;
– Lo storytelling è una delle attività di marketing a cui il personal branding può ricorrere, la diffusione di storie secondo un piano editoriale in cui siano definiti canali di comunicazione, obiettivi misurabili e il destinatario della comunicazione (target). Lo storytelling può avere varie forme e molteplici mezzi di diffusione.

Leggi anche… Storytelling e marketing: perché le storie delle piccole imprese piacciono e fanno vendere


 

Le tre elencate sono situazioni in cui la scelta di valorizzare le proprie qualità personali in modo organizzato e narrarle con i canali digitali offre opportunità importanti. Immagina di essere il commerciale di un’azienda. Bussi alla porta di un potenziale cliente e questi ti accoglie ben consapevole di chi tu sia e quale sia il valore del lavorare con te.
Pensa a quanta energia ogni addetto alle vendite, in qualunque mercato, spende nella fase più delicata di un rapporto commerciale: quella in cui il cliente ancora non sa chi sei e se può fidarsi di lui. Dimmi: in questi casi, cosa rappresenta per te essere preceduto da una buona reputazione? Come avrai capito, un bel vantaggio.

Lo storytelling personale ti porta fuori dall’anonimato, perché le storie hanno la capacità di far emergere ciò che rende differenti e distinguibili

Non da meno succede negli altri due casi, quando la tua posizione lavorativa ti sta stretta. La porta a cui bussare sarà quella di qualcuno a cui chiedi un lavoro in una nuova azienda oppure un ruolo nuovo nella tua azienda, più gratificante e meglio remunerato. La tua richiesta è il prezzo che chiedi di pagare per un prodotto – il prodotto sei tu – il cui valore sia già noto all’interlocutore, per effetto di una buona strategia di autopromozione.
Insomma, i tre i casi descritti presentano una comune posizione lavorativa – non autonoma – e il perseguimento di obiettivi attraverso una strategia di comunicazione che esalti le qualità della persona.

Esistono controindicazioni al raccontarsi online?

Vanno riconosciute possibili criticità. Rispetto ad un lavoratore autonomo, il dipendente ha una più limitata possibilità d’azione.
So come siano delicati gli equilibri all’interno delle aziende: l’intraprendenza di un lavoratore ambizioso può generare l’invidia dei colleghi, trovare l’ostilità dei superiori o della stessa proprietà. Ci sarà chi non apprezzerà o si sentirà minacciato dalla tua iniziativa. Ogni luogo di lavoro è una storia a sé, valuta perciò ogni possibile conseguenza.
Considera inoltre i contenuti della tua narrazione digitale. Un lavoratore dipendente spesso non è consapevole della riservatezza necessaria per le informazioni che possiede. Alcune nozioni tecniche, commerciali, processi sono parte di un patrimonio di conoscenza il cui valore può non essere chiaro a chiunque in azienda, senza contare le policy aziendali che potrebbero limitare le attività online dei lavoratori.
Va perciò ponderato quanto sia delicato ciò che diffondi: se lo storytelling si basa sulle storie, alcune di esse potrebbero metterti nei guai.

Ci sono anche i benefici per l’azienda.

Cambiamo scenario: ora sei il titolare di una piccola impresa, uno di un’altra generazione e poco avvezzo alle cose che succedono attorno al mondo del marketing digitale. Vieni a conoscenza del comportamento singolare di un tuo dipendente, ragazzo sveglio ma a volte un po’ eccentrico. Scrive su internet delle cose del proprio lavoro. Ti dicono che ha pure… com’è che si chiama… ah, sì, un glog, un blug, un blog… ecco, sì, un blog. Ci vuole una lavata di capo, ti vien da pensare.
Ma fermati un attimo e rifletti: davvero ciò che sta facendo quel giovane può nuocere alla reputazione di cui la tua piccola attività gode da anni? La fiducia che i clienti ripongono in un’impresa non nasce dal nulla: è la somma di tante buone scelte, di rapporti costruiti giorno dopo giorno, di clienti soddisfatti ed episodi di rettitudine. Davvero l’iniziativa isolata di un tuo dipendente può compromettere ciò che hai costruito?
Oppure temi che emerga ciò che nascondi sotto il tappeto? E allora ti capisco.

Se così non fosse, allora ti invito ad osservare la questione da una differente prospettiva: un dipendente che racconta del proprio lavoro attraverso internet può costituire un valore. Innanzitutto è una persona che trova appagamento da ciò che fa, vive con passione il proprio lavoro tanto da raccontarlo. Inoltre è una persona che cresce: narrarsi significa prendere via via consapevolezza del proprio know-how, vederne i limiti e trovare gli stimoli per superarli.
Non frenarlo, anzi incoraggialo. Stabilisci delle regole, indicagli i confini di ciò che può essere raccontato. Hai una risorsa in azienda: una voce autentica e credibile che si aggiunge a quella ufficiale. E la amplifica.

Un esempio di personal storytelling ben fatto.

Lo screenshot che trovi qui sotto è tratto dal profilo Facebook di Fabio Segat; lo riconosci a sinistra nella foto. È vice-direttore di Mirtillo Rosso, family hotel nato sul versante piemontese del Monte Rosa.
Fabio è una figura di riferimento per i clienti dell’albergo e con molti di essi nascono rapporti che proseguono grazie ai social. Post come questo rappresentano per chi è stato al Mirtillo un modo per mantenere il contatto con lui e con quel luogo legato ai ricordi di una bella vacanza.

 

Personal storytelling, Mirtillo Rosso, Fabio Segat

 

Ti mostro un secondo screenshot. In questo caso non si tratta di personal storytelling ma di coinvolgimento del personale nella comunicazione del brand. La piccola impresa in questione è Valigeria Ambrosetti, storico negozio del centro di Varese. Paolo, il titolare, è solito dare spazio nella narrazione digitale ai propri collaboratori, come vediamo nel post.

 

Storytelling valigeria ambrosetti

 

Quanta simpatia trasmette il momento immortalato da Paolo?
Si tratta di un attimo di normale quotidianità. Se organizzato in un progetto di comunicazione, diventa segnale del buon clima che si respira nel punto vendita. La narrazione rende familiari i volti dello staff, accorcia le distanze, porta l’esperienza di vendita nelle vite dei clienti prima ancora di varcare la porta del negozio.

Personal storytelling: una testimonianza

Questo paragrafo è un’integrazione successiva alla pubblicazione dell’articolo che stai leggendo. Nasce da un messaggio di Michele Casiero, prima in privato e poi in un commento su Linkedin.

“Ci sono altre opzioni oltre il cambio di lavoro e l’avanzamento di carriera” così mi suggerisce:

  • Farsi conoscere, far conoscere il proprio lavoro e le attività del proprio ente;
  • Creare reti professionali, reti fra enti ad ampio e medio raggio, eventi e iniziative di pubblica utilità;
  • Ricevere consulenze ed expertise per elevare la qualità del proprio lavoro.

Michele è un esempio ancora differente di personal storytelling, insegnante di storia e filosofia, dipendente nel settore pubblico: “Faccio il lavoro che mi piace, nella mia città e nel liceo in cui ho studiato. Non voglio cambiare lavoro, ma non vivo il mio lavoro in maniera statica”. Ha una presenza online che gli permette di divulgare le materie che ama e ampliare la sua rete di contatti (qui il suo podcast). Come ben spiega, “Se il lavoro di un’organizzazione e dei suoi dipendenti diventa una best practice, si aprono orizzonti inimmaginabili”.

 

personal-storytelling-michele-casiero

Conclusioni

Lo confesso: quando scrivo di strategie di marketing digitale, in genere il lettore che ho in mente non è un lavoratore dipendente. Penso ad un imprenditore o un freelance, piuttosto. Eppure bisogni e desideri sono gli stessi, così come comuni sono i benefici dell’uscire allo scoperto grazie alle storie e alle strade del web.
Per cui, caro Mauro, la risposta è sì, il personal storytelling può essere utile anche a te.